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ArtCraft, l'alternativa open source ad Adobe: cosa dicono le fonti

Un progetto open source presenta app come alternativa ai programmi Adobe, e il fondatore dice di averle scritte con l'AI. Che cosa dichiara il progetto, che cosa riporta la stampa e che cosa serve a chi compra software.

Christian Ascone

ArtCraft è un progetto open source che pubblica app gratuite e si presenta come alternativa ai programmi Adobe. Il fondatore, Brandon Thomas, dice di averle scritte con l’AI e cita Claude Opus 5.5. Il progetto scrive di sé che la sua app per le immagini, PhotoCraft, è in «early alpha» e non è ancora un sostituto di Photoshop per il lavoro professionale di ogni giorno. Quasi tutto ciò che si legge in giro sono dichiarazioni del progetto o del fondatore, riportate dalla stampa.

Le fonti sono il README di PhotoCraft (il file con cui il progetto si presenta), la pagina del progetto, tbreak e Office Watch. Non abbiamo provato le app, e non giudichiamo né la loro qualità né la loro legittimità. Dove traiamo una conseguenza per chi compra software, la segniamo come nostra lettura.

Che cos’è ArtCraft?

Un progetto che pubblica app sul proprio sito. La pagina del progetto, il 12 ottobre 2026, ne elenca dodici e le descrive, con parole sue, come «native, open-source apps from the ArtCraft team, built in Rust and free to use»: app native, open source, scritte nel linguaggio Rust e gratuite. È l’autodescrizione del progetto.

Fra le app ci sono PhotoCraft, che si presenta come alternativa a Photoshop, e GridCraft, alternativa a Excel.

ArtCraft è un sostituto di Photoshop?

Il progetto dice di no, per ora. Il README di PhotoCraft scrive che l’app è in «early alpha», cioè in una fase iniziale e instabile, e che «it is not yet a Photoshop replacement for daily professional work».

Fra le lacune che indica: le funzioni di AI generativa, 15 strumenti, la profondità sulla tipografia e sui flussi professionali, la compatibilità dei plug-in. Il README aggiunge che ogni voce di menu di Photoshop è collegata a un comando, e che questo «measures wiring, not behaviour»: misura che i collegamenti ci sono, non come l’app si comporta.

Per GridCraft, Office Watch riferisce che gli sviluppatori la stimano pronta per il lavoro reale solo al 50% circa, pesando le funzioni in base a quanto le usano le persone. È una stima del progetto, riferita a quell’app.

ArtCraft è stato scritto con l’AI?

Lo dice il fondatore. Secondo tbreak, che riprende Ars Technica, Thomas ha annunciato le app su Reddit scrivendo di aver usato Claude Opus 5.5 di Anthropic per scrivere sostituti «clean-room» in Rust, con versioni che girano anche nel browser. Il modello è dichiarato da lui, riportato dalla stampa, e nessuna fonte che abbiamo letto lo verifica. Non sappiamo quanta parte del codice l’abbia scritta il modello.

«Clean-room» è una dichiarazione del progetto. Il README la definisce così: realizzato da specifiche pubbliche e dal comportamento osservato, senza codice, shader o risorse proprietari. Nessuna fonte indipendente l’ha verificata.

Quando ArtCraft arriverà alla parità con Adobe?

Non c’è una data, solo due previsioni del fondatore. Secondo tbreak, Thomas disse prima che ArtCraft avrebbe raggiunto «100% [feature] parity within a month», la parità di funzioni entro un mese. Giorni dopo, su Hacker News, scrisse che «99% parity will take a while, but I’m sure it’ll be measured in months and not years»: la parità al 99% richiederà tempo, in mesi e non in anni.

Con quale licenza sono pubblicate le app di ArtCraft?

Per il README di PhotoCraft, con doppia licenza: «MIT or Apache-2.0, at your option», a scelta di chi la usa. Vale per quell’app. La licenza di ogni altra app va controllata sul suo repository prima di usarla in azienda.

Ci sono questioni legali?

Secondo tbreak, che cita Ars Technica, copiare la funzionalità di un prodotto senza copiarne il codice è in genere considerato accettabile. Le app potrebbero però subire contestazioni se l’aspetto, l’interfaccia, somiglia troppo a quello di Adobe (in inglese si chiama trade dress). È la lettura di una testata riportata di seconda mano, e non un parere legale: per un uso in azienda risponde un legale.

Come si distingue una dichiarazione da una verifica?

Una nostra lettura, con quattro domande da farsi davanti a una notizia come questa. Gli esempi vengono dalle fonti sopra.

  • Chi lo dice? «Early alpha» lo scrive il progetto su di sé. «Claude Opus 5.5» lo scrive il fondatore, e lo riporta la stampa. Sono fonti diverse, con pesi diversi.
  • Si può controllare? Il metodo «clean-room» è una descrizione di come si è lavorato: da fuori non si vede. La licenza si legge nel README, e si può confrontare con i file del repository.
  • Che cosa viene misurato? Il 50% di GridCraft pesa le funzioni per quanto le usano le persone. Il README di PhotoCraft misura i collegamenti dei menu. Sono due misure diverse, e nessuna dice «funziona».
  • Di quando è? Le dodici app sono quelle elencate il 12 ottobre 2026, e le previsioni sulla parità sono cambiate da un giorno all’altro. Una notizia su un progetto in alpha invecchia in fretta.

Per un fornitore che propone di costruire un software con l’AI le domande sono le stesse: chi lo afferma, come si controlla, che cosa viene misurato, con quale data.

Che cosa insegna ArtCraft a chi compra software?

Qui comincia la nostra lettura, che non è un fatto delle fonti. Il caso mostra tre cose utili da guardare quando qualcuno annuncia un software fatto con l’AI.

La fonte dell’informazione. Nel caso di ArtCraft, quasi tutto ciò che circola (il modello usato, la parità raggiunta, il metodo clean-room) è una dichiarazione di chi ha fatto il progetto. Una dichiarazione resta utile, ma va letta come tale e verificata prima di contarci. Un fornitore che dice «lo facciamo con l’AI in poche settimane» sta facendo la stessa cosa, e si può chiedere che cosa sia dimostrato e che cosa sia una promessa.

La differenza fra collegato e funzionante. Il README separa un menu collegato a un comando da un comportamento dell’app. È la stessa distinzione fra una schermata che si apre in una dimostrazione e un sistema che lavora con i dati dell’azienda.

Il punto di partenza. Il progetto dice di partire da specifiche pubbliche e dal comportamento osservato, cioè da prodotti che esistono già. Un software su misura parte da come lavora un’azienda in particolare, e quella descrizione va ancora scritta. Quello che si legge su un progetto che replica un prodotto noto non dice quindi quanto serva per un lavoro nuovo.

Che cosa chiedere a un fornitore che dice di usare l’AI?

Una nostra lettura, da portare al fornitore prima della firma:

  • che cosa funziona oggi su dati veri, e che cosa è ancora in dimostrazione;
  • come è divisa la consegna in fasi, e che cosa si può verificare alla fine di ognuna;
  • che cosa succede se ci si ferma dopo una fase;
  • di chi sono codice, documentazione e ambienti.

Nelle nostre garanzie è scritto così: «Alla fine di ogni fase decidete se finanziare la successiva. Se vi fermate, tenete quello che è stato fatto.» E ancora: «Il codice sorgente è vostro, con la documentazione e gli ambienti, e lo resta anche se un giorno scegliete un altro fornitore.»

Da dove si comincia?

Da una chiamata, gratuita, in cui si racconta che cosa si fa oggi, dove si perde tempo e con quali sistemi il nuovo software dovrebbe parlare. Da quella descrizione si capisce se basta un prodotto già pronto, anche gratuito, o se serve un software costruito sul lavoro dell’azienda.

Sulla pagina dello sviluppo software su misura c’è come lavoriamo, le fasi e di chi restano codice e ambienti.

Un problema simile, in azienda vostra?